10 anni e babbo natale

La corrispondenza

Un successo! Dieci anni e credere alla misteriosa esistenza di quest’uomo: è meraviglioso! Talmente meraviglioso che inizio ad avere dei dubbi. Dovrò dire la verità? Spiegare che non esiste? Che i regali non li mette lui sotto l’albero? Ma come faccio?! Come faccio se sono io stessa a crederci per prima? A sperare. Perché invece esiste.

ILLUSA.

“Sono grandi, devi dire la verità”, qualcuno mi suggerisce. Non lo faccio.

A questo giro è stato duro mantenere il gioco, tenere testa al mistero, creare la magia. Un intreccio di parole, di giri, affinché al mattino tutto fosse come al solito. Ma solito non lo è più. Cosa fa babbo natale? Passa prima dalla casa di papà e poi da quella di mamma? Sceglie in quale casa lasciare i regali? Sceglie la casa ad anni alterni? La vigilia sarà sempre nella stessa casa? Sì, ma quale? Come si fa a scegliere quale casa? Come se ci fosse un meglio o un peggio.

Scelgo. La vigilia nella casa di mamma e tutti i regali avranno un solo luogo in cui essere lasciati. Non tengo conto però della zona rossa e delle inevitabili incomprensioni. Metà regali non arrivano. Che fare?! Con babbo natale, da anni, esiste già una corrispondenza: un’impronta, un sasso della sua terra, un messaggio… e quest’anno lascerà una lettera. Una lettera in cui si scusa. E’ un pò anziano e fa confusione con le case e con le lettere.

I preparativi sono compiuti. Scegliamo dove lasciare latte, biscotti e carote, lo sportello della stufa aperto – mica che voglia passare proprio da quel tubo stretto – una candela accesa, e tutti a nanna. Lui arriva di notte, quando c’è silenzio e tutti dormono profondamente. Ma il più grande – quello ad un passo verso la realtà degli adulti – non riesce ad addormentarsi. Lo vuole vedere, lo vuole conoscere. Si sveglia più volte, per controllare me e i biscotti. Dopo diverse ore, crolla.

Faccio tutto quello che va fatto e vado a letto.

E’ sorprendente lo stupore – e la sua luce – negli occhi dei bambini. Un dono che resta inciso nei ricordi di chi sta dall’altra parte dei sogni, di chi conosce la verità e si morde le mani all’idea che forse la verità, a volte, è meglio non saperla – a volte.

Forse anziché parlare di regali bisognerebbe tornare a parlare di doni, forse anziché di letterine con la lista di oggetti, bisognerebbe insegnare a lasciare biglietti di desideri. Desideri.

La magia resta, il mistero resta e per il prossimo anno la macchina della mente che avanza, per scoprire la verità, inizia a pensare a come fare per immortalarlo: “Mamma mettiamo una telecamera dentro l’albero e lo filmiamo”. Ed io inizio a pensare al modo per restare nella magia e nel mistero.

Inizio a pensare che forse dovrei ripartire dagli abbracci che scaldano il cuore e a lasciare biglietti desideranti sparsi per le vie.

Mi sei mancata

L’Attesa

2021… no 2020.

Dentro un anno di lockdown – tre bimbi, una separazione, un lavoro sacrificato a tratti, COVID-19 nelle vene, tre gatti, una casa, una madre, ciò che resta dell’amore, ciò che resta degli amici – attendere diventa una figura retorica, una metafora di un tempo sospeso fatto di sospiri e incertezze; ci sono io che non so attendere. Non ne sono capace, forse perché ho atteso esageratamente troppo da piccola. Atteso, sperato e delusa.

Una realtà che non è più quella nota, quella sicura perché conosciuta – prevedibile – forse. Una realtà che genera ansia perché senza punti fermi: non è più una sola casa di riferimento, le stanze abituali, il solito letto; è tutto doppio, quasi a vivere contemporaneamente in due realtà non sovrapponibili perché di mezzo c’è la linea netta del conflitto.

Dove stare? Dove collocarsi? Difficile da comprendere per chi il conflitto l’ha generato e ne è responsabile. Solo loro – i più piccoli – lo subiscono e fanno quello che possono.

È forte la tentazione di domandare come si sta nell’altro mondo, quasi a volerlo discriminare – perché di qua è più bello – ed ogni volta mi mordo la lingua, e sto zitta. Almeno cerco di farlo.

Per me, che pensano che sono fatta di “tutto e subito”, “fatica sì” ma non troppo grazie, imparo ad attendere, osservare. Imparo ad aspettare che il tempo faccia il suo decorso, imparo a non avere aspettative, imparo a vivere la felicità e non a rincorrerla.

E all’improvviso, senza chiedere, arrivavo le parole che fanno breccia al cuore: “Mi sei mancata mamma!”.

Anche io mi manco.

Consiglio di lettura:

“Lupo&Lupetto.”

Nadine Brun-Cosme, Oliver Tallec

Edizioni Clichy, 2019.